Sanità: viaggio fra sprechi e malfunzionamenti

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SANT’ANGELO DEI LOMBARDI – Oltre alle istituzioni, alle forze politiche e sociali e al comitato civico per la difesa dell’ospedale “Criscuoli” di S. Angelo dei Lombardi, ci è sembrato opportuno ascoltare Michele Cetta, del movimento politico “Quadratorosso” che in questi ultimi anni si è occupato molto delle vicende inerenti la sanità in Alta Irpinia.
Circa tre anni fa in un comizio pubblico lei ha paventato la chiusura dell’ospedale Criscuoli: le notizie degli ultimi giorni, confermano la sua previsione. Cosa ne pensa?
«Da un po’ di tempo purtroppo, sono costretto ad indossare le vesti della “Cassandra”. Non è che ci volesse troppa intelligenza per capire quale fine avrebbe fatto la tutela della sanità pubblica in Alta Irpinia: due ospedali abbandonati a se stessi per anni, nell’indifferenza generale, con l’unico e costante impegno di chi aveva la responsabilità politica ed amministrativa di svuotarli lentamente. Adesso si è arrivati all’apposizione dell’ultimo sigillo tra troppe e penose lacrime di coccodrillo. Qualunque persona con un minimo di onestà intellettuale, non può non riconoscere che i fantomatici “pronto soccorso” da chiudere, in realtà non sono mai stati tali: infartuati che nel pronto soccorso trovavano di turno un ginecologo, partorienti accolte da cardiologi, politraumatizzati confortati da pediatri, bambini consolati da ortopedici e gli esempi potrebbero continuare all’infinito. Il problema reale è che la sanità in irpinia da sempre non ha mai avuto al centro del proprio interesse il malato ed i suoi diritti, ma si è sempre caratterizzata come una forte struttura politico-clientelare che elargiva prebende ai suoi adepti. Il 34 percento, dei cittadini dell’Asl Av 1 ogni anno va a curarsi fuori regione (oltre il 50 percento, all’interno della propria regione)».
Da diversi anni, lei ha portato avanti varie iniziative denunciando le difficili condizioni della sanità irpina e regionale. Può dirci cosa ha fatto?
«Oltre a vari comizi pubblici, per denunciare le condizioni della sanità irpina, nel giugno 2006, ho raccolto circa cinquecento firme per chiedere all’allora Governo Prodi, di commissariare la sanità campana: l’attuale assessore, primo responsabile del disastro finanziario della nostra sanità, fin dai tempi in cui “regnava” sulla Asl Na1, andava cacciato proprio per la sua manifesta incapacità ed invece ce lo ritroviamo ancora tra i piedi, non più come il grande organizzatore di banchetti elettorali, ma il salvatore della “patria”. Lui e la sua storia rappresentano la nostra malattia».
Nei giorni scorsi i sindaci, ma anche il consiglio della comunità montana “Alta Irpinia”, hanno inviato diversi documenti all’assessorato regionale alla Sanità, per ribadire la netta contrarietà al Piano sanitario ospedaliero che penalizza e taglia i servizi di emergenza nonché alcuni reparti all’interno dei nosocomi altirpini. Qual è la sua proposta in merito?
«Premesso che i cittadini dell’irpinia sono i più grandi contribuenti per il risanamento dei conti della sanità in Campania, visto che pagano le altissime accise sulla benzina e sul metano e considerato inoltre che ogni cittadino irpino costa al servizio sanitario nazionale 500 euro l’anno, rispetto ai 1000 del cittadino napoletano, ricevendo in cambio “briciole” di servizi, non può non esserci che una grande mobilitazione per la salvaguardia dei nostri diritti alla salute come recita l’articolo 32 della Costituzione. E poi, io credo che l’attuale giunta regionale non abbia i requisiti minimi ne politici, ne morali per adottare provvedimenti così importanti per i cittadini della Campania. In realtà è una giunta regionale “zombi” e qualcuno dovrà pur ricordaglielo. Visto l’altissimo costo 8 miliardi di euro annui di spesa sanitaria, le uniche riforme da fare credo siano le seguenti: istituire solo cinque Asl (una per ogni provincia) con eventuale deroga esclusivamente per la provincia di Napoli; trasferire nelle Asl della Campania i direttori generali della Lombardia, dell’Emilia Romagna e della Toscana (le migliori regioni italiane per la qualità dei servizi sanitari); nomina dei dirigenti amministrativi e sanitari esclusivamente sulla base di curricula seri e verificabili; tagli drastici alle convenzioni con i privati (in Campania vi è il triplo dei laboratori di analisi convenzionati rispetto alla Lombardia, il doppio, invece, per quanto riguarda le cliniche private); controllo serrato sulla spesa farmaceutica in particolare delle province di Napoli e Caserta che sono al di fuori di qualsiasi giustificazione e trasparenza. Solo dopo aver realmente lavorato per riportare la sanità campana nella normalità, si può ipotizzare un nuovo piano ospedaliero che sia veramente al servizio di tutti i cittadini e non quella miserabile proposta di taglio e cucito, che da qualche settimana leggiamo sui quotidiani».
Da ilcorrieredellirpinia.it